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Il territorio come nuova forma di manicomio
Palermo 15 gennaio 2006
Caro Fabio, Ho ricevuto anche la tua del 13 gennaio 2006 (il riferimento è al comunicato che quel giorno avevo diramato annunciando che il Forum salute Mentale a Milano avrebbe discusso anche della legge 180, invitando a non abbassare la guardia dopo le dichiarazioni del ministro Storace, ndr). Ne avevo ricevute anche altre. Ho delle difficoltà a rispondere alla posta telematica per più di un motivo, non ultimo, il sentire proprio la dissociazione tra gli enunciati e le pratiche che riguarda non solo la psichiatria ma anche il mondo telematico. Sento tale realtà troppo fittizia. Dove gli enunciati possono essere perfino condivisibili, rimane poi l’amarezza del fittizio che emerge quando, fuori dal confronto telematico, nella realtà di tutti i giorni, proprio nei campi della psichiatria, si rimane nella difficoltà della lotta, dell’esclusione, della solitudine e lontani da tutti i buoni propositi che rimangono solo humus per il mare telematico.
Il sapere che c’è tutto un movimento di idee legato al Forum della Salute Mentale, quando mi trovo nelle difficoltà di tutti i giorni, quando la mia professione diventa provocatoria, quando la mia repressione e la mia persecuzione diventa un fatto dell’operatore prima ancora che del paziente, mi serve a poco, specie se questo non riesce a diventare mio strumento funzionale alla lotta, uno strumento di difesa.
«La denuncia di quanto accade in molte situazioni». Allora la prima denuncia deve essere quella di tutte le pratiche della psichiatria che, oggi, paradossalmente, sono tutte quelle del territorio; quelle dove il territorio diventa la nuova forma di manicomio, molto più sofisticata e subdola. E mettiamo che ci siano pure le eccezioni; con la riserva di andare a vedere quanto realmente siano eccezioni.
Non lo sappiamo cosa accade nelle molte situazioni, perché quando vogliamo cercare ciò che accade lo andiamo a cercare nel manicomio criminale dove si rende della massima evidenza, mentre non siamo capaci di andarlo a trovare dove il manicomio ha assunto ormai un nuovo linguaggio e una nuova iconografia, e non ci parla più come lo può ancora fare un manicomio criminale o come lo faceva prima un manicomio normale. Se l’iconografia dell’istituzione totale è cambiata deve cambiare anche la nostra lente d’osservazione.
La ricerca, la diffusione e il radicamento delle buone pratiche hanno bisogno della difesa, oltre che della conquista. Ciò in moltissime realtà ancora equivale all’esclusione e alla repressione di quell’operatore che lavora bene, secondo le "buone pratiche". Oggi chi lavora bene è nello stesso pericolo in cui si poteva trovare quell’infermiere che, in tempi di un diverso manicomio, non era d’accordo o si opponeva a certe pratiche. Diventa fastidioso, pericoloso, da etichettare, da escludere, da reprimere. C’è poi chi, avendo capito come vanno le cose, non se lo pone nemmeno il problema e la prospettiva della buona pratica; tenterà molto più semplicemente di mantenere il suo posto indipendentemente dal danno che andrà a fare. Dopo tutto, proprio come nel migliore manicomio, c’è sempre il pretesto della malattia che non porta guarigione... nonostante tutto.
Tutto ciò che riguarda la difesa delle buone pratiche, 180 o meno, mi fa ritenere indispensabile l’organizzazione di Gruppi Autonomi di Base con funzione di difesa. Da soli non si può e spesso, per non soccombere assieme ai pazienti in mancanza di una difesa sostanziale e sostanziosa, per non rimanere schiacciati, si fa finta di non vedere. Quando vedi, diventi l’infermiere che non si fa i fatti propri. Io faccio l’infermiere e sono proprio siciliano; conosco bene cosa sono le CTA, ma non solo. Ti assicuro che parlare di CTA di 40 posti letto non significa proprio niente, come niente significa parlare di TSO. Niente significava parlare di manicomio, tant’è vero che ha resistito per secoli. Allora dobbiamo guardare le persone, in carne e ossa, che frequentano gli spazi della psichiatria, narrarne le loro storie, quelle delle famiglie escluse e abbandonate, e mostrarne le piaghe.
Cosa si può dire di Guglielmo, un giovane di 26 anni, con un ritardo mentale medio, che frequenta un Centro Diurno? Niente. Proprio niente. Se però incominciamo a dire che continua a girare di gruppo in gruppo, senza un progetto, senza sapere perché, se incominciamo a dire che è attorniato da un’équipe che non mostra avere nessuna motivazione nei suoi confronti, se diciamo che l’hanno ormai convinto che lui è ritardato e non c’è niente da fare, se diciamo che ormai si è creato un rapporto patologico di dipendenza dal Centro Diurno, se diciamo che pur avendone le risorse non sa usare i mezzi pubblici, se diciamo queste e tante altre cose ancora, come il fatto che, quando si avvia un progetto minimo riabilitativo, che va pure molto meglio di quanto ci si possa aspettare, il Servizio, responsabili compresi, s’inferocisce...
Allora stiamo incominciando a dire qualcosa del nuovo manicomio. Stiamo incominciando a dare corpo e anima al senso di quella che definiamo, senza però sentirla in tutta la sua realtà, cronicizzazione, esclusione e deriva sociale. Parlare di TSO non significa niente. Dovremmo riprendere col descrivere, fotografare, narrare il TSO, il suo perché, il come viene eseguito, gli aspetti traumatici e anti-terapeutici. Che cosa chiede lo psichiatra all’infermiere durante il TSO? E i TSO pistola alla mano? E quelli con gli idranti? Fammi sapere cosa ne pensi. Ci sentiamo ancora.
Gaetano contraria-mente [at] libero [dot] it