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180: "Attuare la co-progettazione"
Giorni importanti per chi si occupa di disturbi psichici e per chi ne soffre: a poco tempo dalle parole del ministro Storace sulla "legge Basaglia", dal 2 febbraio alla Camera del lavoro di Milano è in corso il "Terzo forum nazionale per la salute mentale" (www.lomb.cgil.it/documenti/programma-forum-salute-mentale.pdf) organizzato dalla Provincia di Milano, dai membri del Forum della salute mentale e da CGIL. Delle prospettive di questo meeting e delle molte problematiche legate alla cura delle malattie psichiatriche parla ad Affari Ardea Moretti, sociologa, responsabile dell’Area salute mentale per la cooperativa sociale Itaca di Pordenone (www.itaca.coopsoc.it).
Come pensa che si stia arrivando a questo congresso di Milano? "Questo è il terzo Forum della salute mentale e io posso riferire per quanto riguarda la nostra regione (ndr Friuli Venezia Giulia), che sta vivendo un momento di riflessione nella ricerca di nuovi metodi organizzativi, di nuove forme per essere incisivi a livello pratico, coinvolgendo sempre più attori, sempre più persone, associazioni, organizzazioni..."
I recenti interventi del ministro Storace in merito alla Legge 180 e alla situazione del disagio mentale in Italia li state vivendo come stimolo o sono stati un problema? "L’iniziativa del Forum è comunque slegata da tutti i tentativi - ripetuti nel tempo - di riforma della Legge 180 e di proposte di legge. Io dico che la 180 basta applicarla ma che ogni proposta di riforma ha almeno l’utilità di far parlare di salute e di sofferenza mentale. Non è che il forum sia stato convocato a seguito degli interventi del ministro, infatti. Siamo al terzo appuntamento e sono tre o quattro anni che gli operatori del campo si ritrovano a riflettere e confrontarsi. In Friuli ogni mese c’è un incontro allargato di tutte le aziende sanitarie con gli operatori delle cooperative sociali, le associazioni dei familiari, a volte gli utenti, per fare il punto ed evidenziare insieme le difficoltà che vengono poi affrontate in gruppi tematici di discussione".
Sul sito di Itaca, in un lungo articolo che prepara ai lavori del Forum, viene messo in evidenza come proprio l’autonomia regionale in materia di trattamento della salute mentale abbia generato problemi sul piano delle prassi. Cosa ne pensa? "Credo che il problema iniziale sia una grossa disparità che si registra nelle pratiche della salute mentale tra regioni e anche all’interno della stessa regione tra le diverse aziende sanitarie. Da noi, ad esempio, ci sono Asl che dedicano al settore il 5% del loro budget mentre altre arrivano a poco più del 2%, il che indica un’offerta di servizio estremamente diversa. Se poi a questo aggiungiamo l’autonomia regionale in materia di gestione della sanità, rischiamo che il divario si aggravi ancora di più. Io credo che l’obiettivo debba invece essere non dico uniformare ma quanto meno garantire una serie di servizi essenziali minimi per tutti".
Un’altra questione figlia di questa disparità è la varietà di punti di vista riguardo il trattamento sanitario obbligatorio: l’applicazione difforme del TSO è un danno o la sperimentazione di diverse pratiche può aiutare il progresso nella cura? "La sperimentazione delle pratiche può aiutare. È ovvio che deve avere tutte le garanzie, in modo reale e concreto, che queste pratiche possano essere davvero utili, perché se da qualche parte si sperimenta ancora l’elettroshock, per quanto ne so io, si fa una finta sperimentazione".
Lei intende dire che ancora oggi in Italia qualcuno fa uso dell’elettroshock? "Mi dicono che in alcuni casi, in alcune situazioni, ciò si verifica. Naturalmente io non li ho documentati e non mi risulta che accada nelle aziende sanitarie della nostra regione. C’è però tutta una dimensione di privato che, in qualche maniera, sfugge al controllo".
Il ruolo del privato diffusosi negli ultimi anni anche in questo campo è stato positivo, allora, o no? "Se lei mi parla di privato sociale, tipo cooperative, associazioni di volontariato, la risposta è sicuramente sì, è utile perché ha portato un modo di vedere diverso rispetto a quello del settore pubblico. Se mi parla di privato "profit", per intenderci, che ha una clinica dichiarata o mascherata, direi di no, perché trattando di salute mentale si discute di cura e di attività sanitarie che, secondo me, debbono rientrare all’interno di quelli che sono i compiti del servizio pubblico".
E sul piano dell’assistenza alle famiglie pensa che si possa fare di più, di meglio, in che direzione bisognerebbe muoversi? "La collaborazione con le famiglie, più che l’assistenza, ha avuto un forte incremento. E con il forum ha avuto un potenziamento, uno sviluppo, nel senso che, di concerto con le associazioni di familiari e grazie all’introduzione di alcune norme come la definizione dell’amministratore di sostegno, si è cercato di riportare il discorso sull’attenzione alla cura e alla presa in carico, ambiti dove è bene che intervengono diversi soggetti di riferimento: il privato sociale, l’azienda sanitaria, le famiglie e soprattutto il soggetto interessato. Il problema importante resta comunque quello delle risorse, perché se anche il familiare può essere coinvolto in un percorso di cura, indubbiamente non può essere il solo a farlo e quindi ha bisogno di una serie di risorse: non solo sussidi dati ad hoc, ma centri diurni funzionanti, assistenza domiciliare e offerte residenziali diversificate. Questi sono i passi importanti.
Veniamo al problema dell’assenza di dati: la questione della cura non dovrebbe partire proprio da un monitoraggio complessivo sul problema delle persone soggette a disturbi mentali in Italia? Oppure si può operare parcellizzando il lavoro di regione in regione? "Un dato uniforme sarebbe sicuramente utile. Anche perché, periodicamente, l’attenzione specifica viene data solo a una patologia piuttosto che a un’altra, ad esempio alla depressione e ai disturbi d’ansia, a seconda che in un certo momento l’attenzione pubblica la ritenga preminente. Tuttavia non bisogna neanche enfatizzare troppo il dato: ci sono una serie di problematiche concrete nuove, legate alla sofferenza mentale o che vengono evidenziate via via che la società cambia, che rischiano altrimenti di essere dimenticate. Mi riferisco al problema della doppia diagnosi o dei giovani, dei minorenni, che hanno comunque sintomi e sofferenze mentali che non sono di nessuno. Oppure i casi di chi ancora resta in un ospedale psichiatrico giudiziario per vent’anni anche se dovrebbe rimanerci per due".
A livello europeo esiste un coordinamento che funziona oppure ogni Paese si muove autonomamente? "Un coordinamento c’è e anche l’Organizzazione mondiale per la sanità si è occupata di salute mentale, indicando tra l’altro l’Italia con la Legge 180 come modello da seguire. Esiste poi un forum europeo della salute mentale che però non è operativo ma è un tentativo di condivisione dei principi generali".
Un’ultima domanda. Se avesse la possibilità di porre tre priorità essenziali all’agenda del governo o nella gestione delle aziende sanitarie locali, quali indicherebbe? "Semplicemente di finanziare la Legge 180. E poi di attuare effettivamente la co-progettazione prevista dalla Legge 328 come momento partecipativo e di reale condivisione, anche del potere. Questa potrebbe essere la bacchetta magica. Se io ho fondi a sufficienza e li impiego su un progetto nell’ambito della salute mentale, con le associazioni dei familiari e degli utenti, con le cooperative di tipo B su progetti di inserimento lavorativo concreti, a questo punto io ho tutti i soggetti che possono garantire un percorso di cura. Se però non ho soldi e la co-progettazione resta solo sulla carta, allora ogni sforzo non serve a niente".
Di Corrado Fontana