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Quale futuro per il Welfare in Fvg?
Pordenone – Udine – Gorizia - Trieste
E’ stato un fine settimana interamente rivolto ai diritti quello che il 27 febbraio ed il 1° marzo scorsi ha coinvolto tutta la penisola. E non ha fatto eccezione il Friuli Venezia Giulia, sul cui territorio si sono svolti appuntamenti in diverse città sia per la campagna "I diritti alzano la voce" sia per la “Giornata Europea senza Migranti”. Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste tutti e quattro i capoluoghi di provincia hanno variamente ospitato manifestazioni per la salvaguardia dei diritti di tutte le persone.
I DIRITTI ALZANO LA VOCE
La protesta in nome dei diritti in Friuli Venezia Giulia è partita da Pordenone con un treno dei desideri che chiedeva “diritti sociali per tutti”. Con la critica della violazione dei diritti, dall’ampio e variegato universo del Sociale si è alzata forte la richiesta di nuove basi su cui fondare e di nuove vie su cui avviare il rilancio della convivenza sociale e dell’economia. Sabato 27 febbraio centinaia di persone che condividono la vita del Terzo settore del Fvg hanno percorso in treno la regione e invitato tutti i cittadini che lo desideravano ad incontrarsi con loro per discutere di questi temi davanti alle stazioni ferroviarie dei quattro capoluoghi di provincia. Gli appuntamenti si sono tenuti a Pordenone alle 10.30, a Udine alle 11, a Gorizia alle 11.30 ed infine a Trieste alle 13.15.
Le organizzazioni che aderiscono alla campagna nazionale “I diritti alzano la voce” sono partite da Pordenone alle 11.17 e, dopo aver attraversato idealmente in treno tutto il Friuli Venezia Giulia, sono giunte alla stazione centrale di Trieste alle 13.04 per consegnare il “Manifesto” nazionale e il corrispondente documento regionale.
Hanno aderito Cnca Fvg, Legacoopsociali Fvg, Federsolidarietà Fvg, MoVI Fvg, Auser Fvg, Coremi Fvg – Coordinamento Regionale Tutela Minori, Libera Trieste, Anteas Fvg, Arci, Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia, Beati i costruttori di pace – Friuli Venezia Giulia, Comitato Primo Marzo – gruppo di Pordenone, Comitato Primo Marzo – gruppo di Udine, Consorzio Leonardo, CeVI – Centro Volontariato Internazionale di Udine, Consorzio Interland Trieste, Aracon cooperativa sociale onlus, Aracon gruppo polivalente, Comunità di San Martino al Campo, La Quercia soc. coop. sociale, Associazione di volontariato Il Noce, Il Piccolo Principe soc. coop. sociale, Centro studi sociali Luigi Scrosoppi, Comunità Arcobaleno onlus, Comunità di Rinascita, La Zeje soc. coop. sociale, Mhandy soc. coop. sociale, Querciambiente soc. coop. sociale, Itaca Società cooperativa sociale onlus, Icaro – volontariato Carcerario di Udine, Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo (CVCS Gorizia), Associazione La Tela.
La situazione culturale e politica dell’Italia induce a chiedere con forza più welfare, più servizi sociali, più investimenti sui diritti fondamentali della persona. Ciò vale in modo del tutto particolare per la regione Friuli Venezia Giulia che in passato è stata all’avanguardia per ciò che concerne le innovative legislazioni sui servizi socio sanitari, sul volontariato, sulla solidarietà sociale, sulla cooperazione internazionale, sulla pace e i diritti umani, sull’integrazione degli immigrati, sulla tutela dei cittadini. Ebbene, tutto questo sistema viene progressivamente, ma inesorabilmente smantellato.
Vengono calpestati il diritto degli immigrati a partecipare alla vita della società, quello di tutti i cittadini a essere tutelati di fronte alla Pubblica amministrazione regionale, quello dei minori ad essere tutelati al di fuori delle logiche dettate dagli schieramenti partitici.
La Finanziaria approvata dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia per il 2009 ha infatti cancellato in pochi quasi invisibili codicilli anni di lavoro per la coesione sociale, spazzando via con un tratto di penna senza sostituirli con nulla la legge 5/2005 sulle politiche regionali di integrazione degli immigrati, l’istituto del Difensore Civico regionale e connotando politicamente quello altrettanto importante del Tutore Pubblico dei Minori.
Viene calpestato il fondamentale diritto di ogni residente a ricevere assistenza dai servizi sociali pubblici.
La Finanziaria 2010, legge che dovrebbe determinare gli orientamenti economici al servizio della persona umana, va più in là di quella che l’ha preceduta arrivando a modificare la Legge Regionale 6/2006 in modo da escludere dai servizi di assistenza sociale tutti coloro che non sono cittadini comunitari o sono comunitari ma risiedono da meno di 36 mesi nella regione FVG. La norma è in palese contrasto con il dettato costituzionale che prevede l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge ma anche con la stessa legge quadro sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini.
Sono minacciati i diritti alla salute e alla tutela dei soggetti più deboli.
La proposta di riforma del sistema sanitario regionale, attualmente in discussione, non coinvolge infatti un impegno per la promozione della salute e per la prevenzione: temi così importanti sembrano essere trattati quasi esclusivamente dal punto di vista dei costi e dei risparmi aziendali. Si prospetta addirittura la possibilità di vietare l’accesso degli immigrati irregolari agli ambulatori pubblici, violazione di uno dei più elementari diritti umani che già ha suscitato l’indignazione delle associazioni mediche di categoria.
La ristrutturazione dei grandi ospedali con la conseguente concentrazione in pochi centri di enormi risorse porterà a indebolire se non a cancellare l’esperienza di integrazione tra servizi e territorio che altre regioni hanno in passato ammirato e imitato.
E’ violato il diritto costituzionale all’accoglienza dei richiedenti asilo politico.
Già la presenza di uno dei più grandi Centri di identificazione e espulsione a Gradisca d’Isonzo ricorda a tutti l’iniquità di una legge nazionale che consente la carcerazione di fatto di chi si trova anche in situazione di semplice irregolarità amministrativa (Cie). Ma la contigua struttura del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) costringe anche a pensare ai disagi dei richiedenti asilo: chi non ha ancora ottenuto il riconoscimento del proprio status o ha sporto ricorso, dopo sei mesi di permanenza viene espulso dalla struttura senza alcuna ulteriore assistenza se non quella fornita esclusivamente dal volontariato sociale.
Vengono messi in discussione i diritti dei popoli a uno sviluppo economico equo e solidale.
Fortemente ridimensionati sono infatti anche la cooperazione allo sviluppo e il partenariato internazionale, oggetto di una pionieristica Legge Regionale datata 2001: accanto alla cancellazione dell’esperienza dei “tavoli tematici”, che aveva consentito negli anni precedenti singolari forme di raccordo tra le diverse realtà del settore, c’è da riscontrare la riduzione di quasi il 90% dei contributi destinati alla solidarietà con i Paesi del Sud del mondo a fronte dell’incentivazione di forme di cooperazione collegate agli interessi finanziari delle imprese del Fvg soprattutto nelle aree dei Balcani e dell’America Meridionale.
E’ posto in discussione anche il diritto a un trattamento consono alla dignità di ogni persona umana.
La situazione delle carceri nella regione è sempre più drammatica, alcune di esse sono caratterizzate da strutture fatiscenti e grave carenza di personale: il tasso di suicidi e tentativi di suicidio è tra i più alti in Italia. Manca ancora un piano organico di sostegno a iniziative in grado di favorire l’esecuzione di pene alternative in strutture finalizzate alla riabilitazione e al reinserimento nella società civile delle persone che sono state condannate.
In questa situazione c’è il rischio che anche il volontariato e l’associazionismo possano essere strumentalizzati e considerati la soluzione a tutti questi e tanti altri problemi: occorre evitare in ogni modo il ritorno a una beneficenza pietistica che alimenta l’assistenzialismo e cancella una lunga storia di seria collaborazione progettuale tra servizi e realtà della società civile, nel rispetto dei ruoli complementari.
In pericolo, come nel resto d’Italia, è il diritto all’occupazione e a un lavoro sicuro.
Si ha l’impressione che anche nella delicata situazione geopolitica del Friuli Venezia Giulia, mai come adesso centro della nuova Europa, non ci sia attenzione alle questioni sociali in particolare al mondo del lavoro: non sono stati individuati freni alle delocalizzazioni; sono stati previsti incentivi alle imprese che rimangono sul territorio ma nessuno ai redditi dei lavoratori; gli ammortizzatori per i cassintegrati sono insufficienti così come sono regolamenti capestro quelli collegati ai lavori socialmente utili; ci sono ben pochi investimenti su una formazione finalizzata al miglioramento dei livelli operativi e alla ricerca di nuovi settori sui quali investire in futuro; non c’è promozione della sicurezza sul lavoro e della tutela dell’ambiente in una regione che ha già pagato un altissimo prezzo alle malattia derivate dall’amianto.
Anche la Cooperazione sociale viene colpita da consistenti tagli a finanziamenti già insufficienti, mentre rimangono per lo più inattuate le norme per permettere l’inserimento delle persone svantaggiate e disabili escluse dal mercato del lavoro. Tutto ciò accade in un periodo in cui vive grandi difficoltà anche l’area del commercio, priva di agevolazioni fiscali, esposta senza adeguati accordi di collaborazione alla concorrenza internazionale, impedita a calmierare i prezzi dei generi di prima necessità. Si aggiunga la già avviata privatizzazione dell’acqua e si ha un’idea generale dei problemi che le fasce più deboli della popolazione dovranno affrontare in un futuro molto prossimo.
Un’ultima parola ai giovani della regione e al loro costituzionale diritto all’istruzione. In attesa della nuova legge regionale non si può che guardare con preoccupazione alle scarse prospettive di lavoro e di realizzazione per le nuove generazioni. Anche gli investimenti sui settori della formazione scolastica e sull’assistenza alle fasce maggiormente in difficoltà suscitano poche speranze: sembrano riportare l’orologio della storia alla distinzione tra formazione professionale e umanistica, alla ricostruzione di una vera e propria divisione di classe che ha le sue radici nella prima infanzia e si approfondisce con lo scorrere del tempo.
Più welfare, più servizi sociali, più investimenti sui diritti fondamentali della persona. E’ la richiesta pervenuta dai quattro capoluoghi del Friuli Venezia Giulia attraverso la presentazione delle “10 proposte per un’Italia civile” che i promotori della campagna hanno presentato a Roma il 25 febbraio. Le 10 proposte – sulle quali è stata organizzata una raccolta di firme partita proprio il 27 febbraio – riguardano aspetti centrali per un nuovo welfare: varare i livelli essenziali di assistenza da garantire su tutto il territorio nazionale; estendere l’indennità di disoccupazione a tutti i disoccupati e limitare l’uso dei contratti flessibili affinché non si traducano in precarietà; introdurre il reddito minimo di inserimento; dotare il Fondo nazionale per la non autosufficienza di risorse adeguate; definire un Piano nazionale per la chiusura degli istituti segreganti per le persone con disabilità; investire nella formazione degli adulti e in progetti di riqualificazione professionale per disoccupati e cassintegrati; dare la cittadinanza e il diritto di voto ai migranti che da cinque anni risiedono in Italia, riconoscendo come italiani i figli degli stranieri che nascono nel nostro paese; aumentare le risorse destinate all’aiuto ai Paesi poveri dallo 0,16% allo 0,7% entro il 2015; riformare il sistema carcerario, ricorrendo alle misure alternative quando non c’è pericolosità sociale; combattere l’evasione fiscale e usare le risorse incassate per garantire i diritti sociali.
Così come avvenuto a livello nazionale, anche in Friuli Venezia Giulia negli scorsi mesi è stata lanciata la costruzione di un tavolo di lavoro permanente in continua espansione, che attualmente conta più di 40 adesioni e i cui partecipanti si sono impegnati a scrivere un documento di proposta sui singoli settori del welfare che diventi piattaforma di riflessione, di promozione, di richiesta verso i vertici istituzionali. L’obiettivo è che ogni cittadino possa contare su una rete di protezione sociale certa e definitiva, a partire da una fonte sicura di risorse economiche che gli permetta di vivere dignitosamente, quindi dall’accesso universale ai servizi. La tesi è che se la Regione Friuli Venezia Giulia in passato è stata all’avanguardia per ciò che concerne le innovative legislazioni sui servizi socio sanitari, sul volontariato, sulla solidarietà sociale, sulla cooperazione internazionale, sulla pace e i diritti umani, sull’integrazione degli immigrati, sulla tutela dei cittadini, oggi tutto questo sistema viene progressivamente smantellato.
Da queste premesse, gli organizzatori hanno annunciato la programmazione di un convegno sul welfare che sarà realizzato in collaborazione col Comune di Udine il prossimo 27 marzo presso il Teatro Palamostre.
In Friuli Venezia Giulia hanno promosso la campagna: CNCA FVG, ACLI FVG, Legacoopsociali FVG; Federsolidarietà FVG; Mo.V.I. FVG; Auser Regionale FVG; COREMI FVG – Coordinamento Regionale Tutela Minori; Libera Trieste; Anteas FVG; ARCI FVG; Conferenza Regionale Volontariato e Giustizia; Beati i costruttori di pace – Friuli Venezia Giulia; Rete Diritti di Cittadinanza FVG; Comitato Primo Marzo – gruppo di Pordenone; Comitato Primo Marzo – gruppo di Udine; Consorzio Leonardo; CeVI – Centro Volontariato Internazionale di Udine; Consorzio Interland Trieste; Aracon cooperativa sociale onlus; Aracon gruppo polivalente; Comunità di San Martino al Campo; La Quercia soc. coop. sociale; Associazione di volontariato Il Noce; Il Piccolo Principe soc. coop. sociale; Centro studi sociali Luigi Scrosoppi; Comunità Arcobaleno onlus; Comunità di Rinascita; La Zeje soc. coop. sociale; Mhandy soc. coop. sociale; Itaca Società cooperativa sociale onlus; Icaro – volontariato Carcerario di Udine; Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo (CVCS Gorizia); Associazione La Tela; Associazione Familiari Alzheimer Pordenone onlus; CE.S.I. – Centro Solidarietà immigrati onlus.
GIORNATA EUROPEA SENZA MIGRANTI
Piazza XX Settembre a Pordenone si è colorata di giallo, come tante altre piazze italiane in contemporanea, per promuovere in maniera pacifica e non violenta il diritto delle persone migranti ad avere diritti ed a vederli riconosciuti e tutelati.
In Italia intanto cresce l’intolleranza, soprattutto tra le giovani generazioni. Lo sostiene l’indagine “Io e gli altri: i giovani italiani nel vortice dei cambiamenti”, presentata nei giorni scorsi alla Camera. Uno studio promosso dalla conferenza delle assemblee delle Regioni nell’ambito delle iniziative dell’osservatorio di Montecitorio sui fenomeni di xenofobia e razzismo, realizzato da Swg su un campione di 2 mila giovani italiani.
Il 45% dei giovani italiani è infatti xenofobo, solo il 40% manifesta apertura, e non tutti totale. Romeni, rom e albanesi sono i più discriminati. Anche le donne non tollerano gli stranieri. Il 20% ritiene che altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia. L’area fobica e xenofoba è del 45,8%, con diverse sfumature al suo interno. Lo studio indica tre gruppi, il primo quello dei “Romeno-rom-albanese fobici”, pari al 15,3% del totale degli interpellati, e manifesta la propria intolleranza soprattutto verso questi popoli. Qui la maggioranza (56%) è costituita da donne.
Il secondo riunisce soggetti con comportamenti improntati al razzismo: rappresenta il 10,7% dei giovani, ma è il più estremo, perché rifiuta e manifesta fastidio per tutti, tranne italiani e europei.
Ci sono poi gli xenofobi per elezione (20%): questo gruppo non esprime forme di odio violente, secondo l’indagine, ma ritiene che le altre etnie debbano vivere fuori dall’Italia. L’atteggiamento aperto appartiene solo al 39,6% del campione. Tra questi, si segnalano gli “inclusivi” (19,4%) con un’apertura totale e serena (55,3%); i “tolleranti” (14,7%), un po’ più freddi rispetto ai precedenti e gli “aperturisti tiepidi” (5,5%), ovvero giovani antirazzisti, ma con forme più caute e trattenute, minore interazione con gli stranieri e un riconoscimento più ridotto dell’omosessualità. Nella posizione media, infine, ci sono i “mixofobici” (14,5%): non sostengono la chiusura ma neanche il suo opposto, anzi vivono con un sentimento di fastidio ciò che li allontana dall’identità italiana.
“Bisogna educare con la forza dei buoni esempi, ma anche stigmatizzare i cattivi esempi e in modo molto fermo i comportamenti più o meno velatamente xenofobi”. Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione dello studio. Non basta dire che non ci sono razze superiori, a suo giudizio, “se poi non ci sono comportamenti conseguenti, se non c’è una reazione indignata e in alcuni casi, se ci sono i presupposti di legge, una punizione”.
La xenofobia va affrontata “con strumenti nuovi”, come dimostrano “la crudezza dei fatti di Rosarno e Milano”. Lo dice la vice presidente, Rosy Bindi. “Non funziona né il modello della separazione né quello che pretende di annullare le differenze – a suo avviso -. E non serve cavalcare la diffidenza verso chi è diverso da noi, ed è illusorio esorcizzare la paura del futuro scaricando sugli stranieri i nostri timori”. L’unica strada possibile, aggiunge, “è quella dell’interculturalità, della costruzione comune di una nuova patria”.
In contemporanea con i comitati locali di tutta Italia, anche quello di Pordenone ha presentato il dossier “Mandiamoli tutti a casa… i luoghi comuni” che smonta con la forza dei numeri i molti luoghi comuni che oggi sembrano radicati nell’opinione pubblica italiana. Nella città sul Noncello il 1° marzo si è tenuto in piazza XX Settembre dalle 15 alle 20. Previsti giochi e animazioni per i bambini, musica, una mostra sulla cooperazione internazionale, interventi dei migranti, cibi da tutto il mondo. E’ stata definita una piattaforma delle rivendicazioni che riporta le condizioni di disagio che conoscono i migranti a livello locale, a causa anche delle normative di esclusione che la Regione sta adottando da qualche tempo.
Ma diversi sono gli interrogativi, ovvero i nodi da sciogliere, a partire dalla partecipazione della scuola e dei bambini. Il G2, ovvero la seconda generazione che è composta dai bambini dei migranti nati o arrivati in Italia giovanissimi e che di cultura conoscono maggiormente quella di questo paese. Sono anche coloro i quali daranno una nuova faccia all’integrazione nei prossimi anni. Quale sarà la loro identità? Dovranno conoscere gli stessi percorsi di integrazione dei loro genitori? Come interagiscono con i loro compagni di scuola?
Spazio anche per la condivisione di cibi e bevande multietniche. “A chi vuole entrare nelle nostre case, noi lo invitiamo nella casa comune a condividere con noi il couscous e il kebab con il te e una fetta di cioccolato fatto da un italiano con il cacao camerunese!”.
Vi è stata poi l’adesione di alcuni medici italiani e stranieri presenti in provincia di Pordenone a svolgere attività di volontariato fra domenica 28 febbraio e lunedì 1° marzo in alcune Rsa e in Case di riposo. Chi lo doveva già fare come turno di lavoro, ha potuto devolvere la sua retribuzione di quel giorno a Emergency che aderisce al movimento Primo Marzo. Chi non era di turno lo ha potuto fare a titolo gratuito soprattutto la domenica visto che c’era minor copertura in alcune strutture.
Oltre a musica antirazzista ed animazioni multietniche, durante la Giornata in piazza XX Settembre vi è stata una rassegna di progetti di alcune associazioni locali e Cooperative sociali che hanno aderito alla manifestazione. Lo specchio di una provincia, di una regione e di una comunità locale che partecipa allo sviluppo delle zone meno fortunate del mondo. Traguardi raggiunti anche grazie alla buona convivenza fra i popoli. A disposizione 2 mila 500 palloncini gialli ecologici lanciati in contemporanea in tutta Italia.
La Giornata si è svolta con la collaborazione del Comune di Pordenone. Hanno aderito: Cgil; Cisl; Uil; Cobas; RdB; Associazione Immigrati di Pordenone; Cameroon Connection; Sacile Partecipata e Sostenibile; Ghana Nationals Association; Associazione Burkinabé Friuli Venezia Giulia; Rinnovamento della sinistra; Centro Culturale Islamico; Comunità congolese; Associazione Congo Brazza; Comitato “Noi non segnaliamo”; Rete dei Diritti Civili Friuli Venezia Giulia; Cooperativa sociale Itaca.
A Udine, il cuore della giornata è stata una manifestazione/sit-in prevista in piazza San Giacomo a partire dalle 17.30, che ha alternato diversi interventi alle esibizioni di un’ampia rappresentanza dei migliori dj e talenti musicali friulani, come red storm sound, dj tubet, dj ng, urban lifestyle, mad volcano, dek il ceesa e dj brain burger.
L’idea di Primo marzo 2010 era organizzare in tutta Italia una grande manifestazione non violenta per far capire all’opinione pubblica quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Il movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli. Si collega e si ispira “La journée sans immigrés: 24h sans nou”, il movimento che in Francia ha organizzato uno sciopero degli immigrati per il 1° marzo.
I migranti producono il 10% della ricchezza nazionale e pagano più di 3,5 miliardi di euro di tasse, ma lo stato italiano spende per loro meno di 600 milioni di euro! Il Parlamento ha approvato il “Pacchetto sicurezza”, una legge che peggiora ulteriormente la legge Bossi-Fini, tra i provvedimenti più importanti e odiosi ci sono:
• l’ingresso (o la permanenza) irregolare diventa reato ed è punito con ammenda da 5.000 a 10.000 € e l’espulsione;
• una tassa (80-200 €) per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno;
• permesso di soggiorno a punti, come la patente: se si violano certe regole (ancora da definire), si perdono punti e alla fine il permesso può essere revocato prima della scadenza;
• limitazioni al ricongiungimento familiare;
• detenzione fino a 6 mesi nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) per gli irregolari.
La Regione Friuli Venezia Giulia incassa dai migranti circa 60 milioni di euro, ma spende per loro meno di 4 milioni di euro. La legge regionale n. 39 approvata ultimamente modifica i requisiti per i contributi previsti per l’abbattimento delle rette dei nidi d’infanzia, per gli assegni per il contributo alle spese di trasporto e di acquisto dei libri degli alunni delle scuole superiori, per l’assistenza delle persone non autosufficienti, prevedendo un’anzianità di residenza sul territorio regionale di almeno cinque anni per i cittadini italiani e degli altri paesi membri dell’Unione Europea e di almeno dieci anni per i cittadini di paesi extra-europei.
Anche a livello locale ci sono diversi problemi, come hanno denunciato gli organizzatori della Giornata del Primo Marzo: a Pordenone i tempi di rilascio dei permessi di soggiorno si aggirano intorno ai 12 mesi; è in atto un’operazione di controllo sull’ultima regolarizzazione di colf e badanti, ma solo rispetto ai migranti; questa legislazione speciale e la pratica degli apparati statali creano una condizione di assoggettamento e di discriminazione per i migranti.
E’ necessario costruire la massima unità tra i migranti e tra migranti e italiani per una opposizione pacifica rispetto alla legge Bossi-Fini e al Pacchetto sicurezza e ad un welfare regionale che discrimina minori, studenti e famiglie in base alla loro provenienza. Ciò che si chiede è il diritto di cittadinanza per tutti, permessi di soggiorno subito, un welfare che promuova l’integrazione e la coesione sociale, i diritti alla protezione dell’infanzia, il diritto allo studio e al sostegno alle famiglie per tutti, il rispetto del diritto d’asilo.
“Indipendentemente da quanta gente scenderà in piazza o si asterrà dal lavoro lunedì prossimo – affermava Stefania Ragusa, presidente Primo Marzo 2010 a poche ore dalla manifestazione -, indipendentemente dal numero di palloncini gialli che saliranno in cielo e dai metri di nastro giallo che “vestiranno” le città, l’obiettivo fondamentale di questa fase è stato già raggiunto: siamo riusciti a mobilitare migliaia di persone, a mettere in rete i movimenti antirazzisti, le associazioni di stranieri e la gente comune, a dare centralità alla questione dei diritti dei migranti e a legarla a quella dei diritti collettivi”.
Dal 2 marzo inizia invece la fase due, quella della strutturazione del movimento e della proposta politica. Primo Marzo 2010 nasce dal basso, come espressione della società civile e a qualsiasi costo deve mantenere questo tratto distintivo. Rimanere espressione della società civile non vuol dire solo evitare partnership istituzionali. In altre parole: non permettere a partiti e sindacati di metterci il cappello, ferma restando l’opportunità di interloquire attivamente con quei soggetti politici (come il Pd e Rifondazione Comunista) che stanno sostenendo il movimento senza pretendere di orientarlo o manipolarlo.
“Vecchi e nuovi cittadini insieme, accomunati dal fatto di vivere sullo stesso territorio e dal rifiuto delle logiche di esclusione e di razzismo. La forza del Primo Marzo sta tutta nella sua capacità - spontanea, non costruita a tavolino - di mobilitare le persone attorno alla difesa di valori universali, a prescindere dal colore della pelle o dal luogo di nascita. Se aspiriamo a vivere in una società che sia oltre la contrapposizione tra “noi” e “loro”, autoctoni e stranieri, il primo luogo in cui questa contrapposizione deve essere superata è proprio il nostro movimento”.
Quanto alla manifestazione “è stata un successo in tutta Italia, da Trieste a Siracusa e da Torino a Bari. Non siamo ancora in grado di dare informazioni precise sulla partecipazione, ma a occhio e croce almeno 300 mila persone si sono mobilitate e in tante, tantissime aziende ci sono stati scioperi nel senso più tradizionale della parola: i lavoratori hanno incrociato le braccia. Questa cosa ci riempie di gioia – ha reso noto Stefania Ragusa poche ore dopo la conclusione della Giornata - e dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia viva, forte e avanzata, nonostante tutto, la società civile di questo Paese e quanto possa essere, ancora oggi, coinvolgente, un discorso centrato sui valori profondi dell’essere umano e sulla difesa dei diritti universali. Dimostra anche che sulle forme di protesta, pacifiche e legali, non ci può essere copyright”.
Il Comitato sta ora ragionando sulla convocazione di un’assemblea nazionale dei comitati locali, che potrebbe ancora una volta essere tenuta a Bologna. Da non dimenticare che devono essere “sempre tenuti presenti i principi basilari del movimento, che sono contenuti nel documento programmatico: in particolare il suo essere espressione della società civile ed essere formato e animato da vecchi e nuovi cittadini INSIEME, uniti dal fatto di vivere in uno stesso territorio e rifiutare a tutto tondo le logiche di esclusione, senza che si scivoli noi nell’odiosa contrapposizione tra bianchi e neri, italiani e stranieri”.
Resta il fatto che i comitati hanno grande autonomia “e continueranno ad averla, ma questo non potrà mai significare che un comitato possa diventare il distaccamento di un partito o di un sindacato o di un gruppo di pressione. Persone che aderiscono a partiti, sindacati e associazioni possono ovviamente far parte di un comitato – ha concluso Ragusa - ma avendo ben chiaro che l’appartenenza partitica, sindacale o associativa, quando si tratta di lavorare per il Primo Marzo, rimane fuori dalla porta”.