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La società ha bisogno dei nonni

L’istituto “E. Vendramini” rappresenta una realtà di scuola paritaria parificata che, per quanto sullo stesso livello delle statali da un punto di vista giuridico, risulta ancora economicamente non accessibile proprio a tutti. In più, gli alunni che la frequentano sono quasi tutti residenti a Pordenone, ciò la fa configurare come una scuola cittadina di ceto medio-alto.
Queste considerazioni non sono superflue per inquadrare le motivazioni e le necessità che mi hanno spinta, come insegnante tutor della classe coinvolta nel progetto, a chiedere di esser inserita tra le partecipanti al “Teddy-bear”. I bambini della mia scuola, infatti, vivono in contesti di famiglie nucleari, sono spesso figli unici, hanno sporadici rapporti con i parenti non stretti, hanno genitori molto impegnati e spesso con una seria carriera professionale da mandare avanti, hanno la possibilità di rimanere a scuola dalle 7.30 del mattino alle 18.00 del pomeriggio. Le conseguenze di tale background sono, tra le altre, un’evidente difficoltà a relazionarsi con gli altri, adulti o coetanei che siano, ed un accentuato bisogno di apprendere quelle che sono considerate abilità sociali di base: saper ascoltare, saper esporre, chiedere, chiarire, ringraziare, mettersi dal punto di vista dell’altro, ecc.
Un'altra particolarità della nostra scuola, per comprendere fino in fondo il contesto in cui si è inserita l’esperienza con i nonni, è quella di legare tutte le programmazioni didattiche delle singole discipline, ad un progetto educativo più ampio che dà senso e valore all’istruzione in sé. In specifico, dal 2004 è stato avviato un percorso educativo triennale intitolato “Crescere nel mondo tra identità e accoglienza”, che si è poi articolato in tre sottotemi: “Io sono, tu sei”, a.s.2004-2005; “Nella mia città: il mondo”, a.s. 2005-2006; “Noi e la terra: responsabili della comunità della vita”, a.s. 2006-2007.
E’ stato il cercare esperienze concrete per affrontare il discorso di un mondo cittadino che mi ha spinto in Internet e, successivamente, ad incontrare Laura Lionetti che ci ha permesso di far parte del progetto, già avviato l’anno precedente alla nostra entrata con le scuole di Borgomeduna, di Paularo e Cimolais-Claut. La mia intenzione era quella sia di far conoscere ai bambini i servizi cittadini offerti agli anziani, la casa di riposo e il centro diurno, sia permettere di accorgersi delle varie diversità con le quali si trovano ad interagire ogni giorno e sempre più nella società attuale: non più solo diverse idee e gusti, ma diverse culture, religioni, diversi cibi e vestiti, diverse tipologie di famiglie, ecc.
Affrontare la diversità del nonno voleva costituire un terreno facile di sperimentazione di come si possa star bene insieme nonostante le differenze: facile perché i bambini hanno da sempre un rapporto privilegiato con l’anziano, fatto di tenerezze, premure, attenzioni che con i coetanei non manifestano, forse perché vi subentra sempre un po’ di rivalità. Un’esperienza che sarebbe servita di preparazione, poi, alle successive relazioni con coloro che richiedono più sforzo e più rinunce.
La lettura di alcuni obiettivi delle progettazioni educative specifiche di classe IV^ e V^, permettono di comprendere meglio ancora il senso di tale discorso, evidenziando alcune parole-chiave fondamentali, come valorizzare la diversità, ricchezza, confronto, dialogo, ecc. Ed è in quest’ottica che abbiamo intrapreso una relazione abbastanza regolare con i nonni della vicina Casa di Riposo “Umberto I” e che si sono svolti gli incontri con i nonni del progetto “Teddybear”.

L’anno scorso tali incontri sono stati finalizzati ad un confronto verbale sulla scuola di un tempo e su quella che attualmente frequentano i bambini, cosa che ha permesso di dare una prospettiva storica all’analisi di un’altra tipologia di servizio cittadino, cioè la scuola, in aderenza col programma su presentato; mentre quest’anno l’argomento affrontato insieme erano i mezzi di comunicazione nel tempo, dato che il progetto educativo richiedeva l’approfondimento di alcuni articoli della Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e noi, come classe, avevamo scelto gli art.12 e 13 relativi al diritto di esprimersi con qualunque mezzo e in qualunque forma il bambino scelga.
Abbiamo realizzato due incontri specifici, oltre alla festa di inizio e di conclusione del progetto: il primo incontro è stato un confronto verbale sui mezzi di comunicazione usati un tempo e sostituiti o modificati oggi con apparecchiature più tecnologiche, mentre l’altro è stata un’esperienza pratica di gioco comune. Si trattava di una caccia al tesoro i cui biglietti arrivavano via sms ad un cellulare che obbligatoriamente doveva esser gestito dal nonno della squadra, pur su indicazione del bambino; gli indizi trovati costituivano degli elementi con i quali, nonni e bambini, dovevano poi inventare insieme una storia battuta al computer con le medesime indicazioni metodologiche dell’uso del cellulare.
Da tali esperienze, oltre agli obiettivi prettamente didattici perseguiti, come il saper prender appunti (italiano), saper inserirsi opportunamente in contesti comunicativi diversi (italiano), approfondire lo studio dei mezzi di comunicazione (geografia), ecc., i bambini si sono arricchiti di valori e modi d’essere che sapranno poi utilizzare anche in altri contesti relazionali. E’ stato bello vedere alcuni di loro, che normalmente fuggono dal contatto fisico, prender a braccetto le nonne per sostenerne il cammino; altri che hanno saputo adattare il loro passo a quello dell’anziano, pur desiderando di solito primeggiare e far più veloce di tutti. Sono stati in grado di avere delle premure insospettate, come il mettersi ai lati delle porte dell’ascensore perché queste non si chiudano mentre i nonni vi entravano; o inseguire delle nonne con la sciarpetta dimenticata nella sedia, affinché non prendessero freddo uscendo in cortile.

Quando ho chiesto ai bambini se tale progetto gli era piaciuto, mi hanno scritto dei bigliettini che, senza volerlo, esprimono efficacemente i loro bisogni nella relazione educativa con l’adulto: hanno detto che amano stare con i nonni perché gli sorridono sempre, perché li abbracciano, perché li emozionano, perché si sono divertiti insieme a loro. Ciò significa che i bambini hanno bisogno di gioia, di una scuola che gli insegni divertendoli, di adulti che sorridano loro e di una relazione che sia anche fisicità, in un mondo in cui, per lottare contro tutto e contro tutti, ci spegniamo nel cuore e nel viso e in cui prevale sempre più la virtualità di giochi elettronici che fanno perdere il contatto con la realtà.
Alcuni bambini hanno detto che non credevano che i nonni avessero così tanta memoria e che fossero così divertenti: queste frasi sottintendono la presenza di alcuni stereotipi che anche i bambini si portano dentro e che sono caratteristici del modo di relazionarsi con il diverso, finché non se ne faccia esperienza diretta. Questo può essere significativo per i bambini: può essere stato per loro un esempio di come si debba prima conoscere e poi, eventualmente, farsi un’idea delle cose. Inoltre, queste considerazioni ci hanno permesso di riflettere anche sul senso della memoria e sul valore della memoria: i bambini di oggi non sono abituati a ricordare, perché i programmi ministeriali di italiano non richiedono più loro di imparare a memoria e il mondo di oggi pare non aver bisogno di memoria, dato tutti gli strumenti che si sostituiscono ad essa e dato che il mondo cambia con una tale velocità che sarebbe impossibile mantenere il ricordo delle sue tappe.
I nonni insegnano che non si devono perdere le tracce, non si devono abbandonare le origini, che il passato insegna e va valorizzato, non disprezzato; che il senso dell’oggi sta in ciò che è stato e che la mancanza di senso dell’oggi è legato alla perdita delle radici. Non ci sono più persone che ricordano a questi bambini che le cose non sono sempre state così; non ci sono più persone che raccontano delle storie, la storia, ai bambini. Non ci sono più persone che hanno il tempo per rispondere a tutte le loro domande, anche le più insensate e che non gli fanno pesare il fatto che siano richieste troppo sciocche rispetto ai canoni di intelligenza e di riuscita a loro richiesti fin da piccoli. Non ci sono più persone che li abbracciano con la dolcezza e la serenità di sempre, perché oggi il contatto fisico, anche e soprattutto con i bambini, è diventato pericoloso, bisogna mantenere le distanze. Ma le distanze, spesso, diventano barriere, muri invalicabili, incomunicabilità, superficialità… I bambini hanno bisogno dei nonni; le scuole hanno bisogno dei nonni, la società ha bisogno dei nonni.

Chiara Pasquini

Insegnante della scuola primaria “E. Vendramini”

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